Il cibo nell’arte pittorica

Artisti contemporanei ed opere

(di Massimo Galiotta)

L’Italia paese ricco di artisti annovera tra i suoi territori più attivi il Salento, da sempre la città di Lecce ne è testimone e scrigno; officina delle arti con i suoi innumerevoli artisti che si sono saputi distinguere, nelle tre muse (“onde le tre arti si trovarono di nuovo avvinte in un nodo fraterno”; G. Rovani, “Le tre arti”, Vol. II), sia sul panorama nazionale che in quello internazionale.

Oggi, più che mai, artisti figli della scuola napoletana del XIX secolo continuano a rappresentare il cibo e i messaggi insiti in esso. Maestri da sempre attivi nell’arte pittorica ritraggono momenti di vita quotidiana, traendo dal vero l’ispirazione poetica che nella pittura si manifesta in opere dense di significati storico culturali ma anche personali. Opere d’arte frutto del vissuto di ciascuno, elementi soggettivi che si uniscono al colore per rappresentare stati d’animo propri dell’artista e della società che lo circonda.

L’elemento da ritrarre proviene sempre dal mondo reale, dal vero, e in questo universo da rappresentare il cibo è, ancora oggi, momento di spunto, di riflessione e di ispirazione artistica. Così pittori del calibro di Antonio Trenta (Calimera 1930), Biagio Magliani (Leverano 1964) diventano cantori, poeti silenziosi del bene primario che da sempre caratterizza la vita di ogni essere vivente.

Il cibo non più bene utile al corpo ma risorsa inesauribile per l’anima, che corrobora lo spirito nei momenti in cui il tangibile perde le sue specifiche proprietà a vantaggio dell’inconsueta bontà dell’eterno e non più effimero alimento: l’opera d’arte.

 

Biagio Magliani

L’artista leveranese non trasmuta mai la materia e la riporta così com’è senza mai cedere alla tentazione di un iperrealismo fotografico, non è questo che desidera, ma tracciando il profilo dei suoi soggetti con attenta analisi dei cromatismi, degli accostamenti tra oggetti ritratti e analizzando in profondità la cultura della sua terra, dei suoi ricordi più cari e dell’indimenticabile che, generoso, ci ripropone in chiave contemporanea. Così come si desume dall’immagine di seguito riportata (in mostra lo scorso Giugno 2015 c/o  “Galleria Spazio Museale Sabrina Falzone” per l’esposizione internazionale d’arte contemporanea “Arte e Cibo” Milano), i soggetti provengono dal quotidiano e le sue opere sono inequivocabilmente vere, buone da guardare, sature di colore e irrevocabilmente tridimensionali.

 

Antonio Trenta

Pittore classe 1930, studioso e storico dell’arte, geometra di formazione (studia a Lecce nel dopoguerra) figlio dell’arte dei suoi contemporanei (forte l’influenza subita in giovane età da famosi maestri salentini quali Gioacchino Toma, Giuseppe Casciaro e su tutti il concittadino Michele Palumbo), riservato, schivo e mai banalmente commerciale (gli artisti spesso cedono alla seduzione del mercato e di ciò che si vende) indaga nell’onirico, i suoi soggetti sono si veri ma con garbo, quasi a delineare un confine invalicabile tra Dio Creatore e l’umano lavoro del modellare la materia, del mescolare il colore con la sofferenza di chi si cimenta con la realtà, con il vero. Le stesse difficoltà che si incontrano nella vita l’individuo, l’artista, le ritrova d’avanti alla tela avida di colore, costanza e sincero spirito di abnegazione.

2016-01-16 16.31.31

Il cibo secondo l’artista Antonio Trenta è vita, sofferenza, il premio dopo le lunghe ore di duro lavoro. Elemento pittorico ma non solo, soprattutto esprime la fatica della gente che lavora i campi di quel Salento che ha visto da piccolo, con lo sguardo di bambino che ha vissuto durante il ventennio. La dura giornata di lavoro consumata tra i campi ritrovava il calore domestico del buon cibo cotto sotto un caldo focolare, forse povero dei beni materiali che ci circondano oggi ma ricco di pathos, di passioni, di sogni. Così nell’opera “pesce azzurro” l’artista non è interessato al soggetto prescelto solo per la sua mera capacità di esprimere il colore della sua natura acquatica, ma è quel “rigor mortis” tipico del pesce appena pescato che ne  cattura l’attenzione; come se la vita conservasse la tenacità, nell’individuo che la assapora, ben oltre l’attimo in cui si trapassa permanendo ancora dopo. E’ come se l’artista Trenta dicesse: “dopo tutto, qualcosa resterà di noi e l’opera d’arte è pronta a dircelo, basta saperne leggere il pensiero nascosto tra le sottili e impercettibili pieghe del colore”.

Link utili per Antonio Trenta:

Museo di Jesolo, Emeroteca digitale, Periodico “Qui Salento”, Locandina conferenza ,

Kinita 2016, Rassegna Arte a Palazzo, Trentino Corriere-Alpi, Quotidiano di Puglia

 

 

Leverano e Calimera però hanno già dato i natali ad altri artisti noti, il primo dei due comuni ha visto innalzare agli altari il pittore Geremia Re, mentre la piccola cittadina della Grecìa Salentina, per l’appunto Calimera, al già citato Michele Palumbo.

Concludendo, l’arte, come nei più celebri gialli di Agatha Christie torna sempre “sul luogo del delitto“. L’arte che uccide l’ignoranza e libera l’individuo dalle umane debolezze, dal brutto e dall’inutilmente necessario.

……. to be continued…!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tourism & Food affairs

Cenni storici

Canestra-di-frutta-Caravaggio Caravaggio, olio su tela, 46 x 64,5, Milano, Pinacoteca Ambrosiana

Il ruolo che ricopre il cibo nelle opere d’arte è davvero speciale; da sempre occupa un posto di primaria importanza nell’immaginario degli artisti di tutti i periodi storici e delle rispettive correnti pittoriche.

Si può partire sin dalla preistoria e  dalle scene di caccia dei graffiti presenti in siti antichissimi, passando per i mosaici di Pompei e dell’antica Bisanzio, fino alle tavole più famose del rinascimento come “L’ultima Cena” (sicuramente una delle scene più rappresentate della storia dell’arte).

Il cibo ha sempre occupato un posto di rilievo, destinato a comunicare all’osservatore la natura del quadro (religiosa o profana che dir si voglia), l’estrazione sociale dei suoi protagonisti (dolci e selvaggina per le classi elevate, pane e legumi per quelle meno abbienti), ovvero l’epoca di ambientazione della scena.

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