Michele Palumbo da Calimera

Il 29 Luglio di ogni anno si festeggia, nella cittadina di Calimera in provincia di Lecce, il Santo Patrono Brizio Vescovo di Tour, e ogni anno, da ormai più di mezzo secolo, un gruppo di colti e ironici cittadini si prodiga per pubblicare il periodico “la Kinita“, ovvero ortìca in grecanico, giornale a tiratura limitata in un numero unico annuale, che parla di Vizi e Virtù della patria del Grìko. Aneddoti, storie e storielle di una comunità che continua a credere nella propria cultura e nelle persone che l’anno resa possibile. Nell’anno 2018 è stato dato alla luce il 51° numero, rigorosamente in carta patinata, che ha reso omaggio alla figura del noto pittore verista Michele Palumbo da Calimera.

Michele Palumbo e la Scuola Salentina

Tratto dal n°51 di la Kinita 2018

Terracotta, olio su faesite
Michele Palumbo, terracotta, olio su faesite

“Il patrimonio storico e artistico di Calimera non è nelle pietre o nei monumenti ma nell’idioma grecanico, nei numerosi talenti e nella cultura delle persone che vi sono nate e la popolano. Nella nutrita anagrafica cittadina, dei personaggi eccellenti, compare il pittore Michele Palumbo (Calimera, 1874–Lecce, 1949) che fa parte, a pieno titolo, dei grandi autori che tra ‘800 e prima metà del ‘900 diedero vita a quel fenomeno che oggi possiamo chiamare, a ragion veduta, “Scuola Salentina”. Inizialmente fu allievo a Maglie, come avvenne per Giuseppe Casciaro, del prof. P. E. Stasi e, trasferitosi in giovane età da Calimera a Lecce, sin da subito insegnò disegno, nell’intento di “farsi un nome”, presso la Regia Scuola Artistica della città; successivamente partì per Firenze dove si diplomò presso l’omonima Accademia di Belle Arti. Nella sua lunga formazione frequentò assiduamente Napoli e l’amico-maestro Giuseppe Casciaro, ripetuti e documentati i soggiorni napoletani che Palumbo fece con l’intento di «imparare la tecnica dell’impasto di colore», ovvero per dedicarsi allo studio della preparazione della tavolozza. Di questo periodo ha lasciato traccia in opere come “L’orfano dell’ospizio a Portici”, un olio su cartoncino pressato di cm. 36×27 firmato e datato 1905 (provenienza ex collezione eredi Villani, Lecce), che pone l’accento sulla sensibilità del pittore verso tematiche come l’abbandono infantile nella Napoli postunitaria. Lunghi soggiorni, che duravano anche più di due settimane, condotti quand’era già sposato [Ad Vocem], note, ai cultori dell’arte, le sedute artistiche con il maestro di Ortelle che, alla maniera di “Monet et Renoir”, erano soliti tenere dipingendo lo stesso soggetto, fianco a fianco, con sguardi diversi.

 

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Ma il verismo sincero di Michele Palumbo fu molto spesso bersaglio della critica del XX secolo, a causa della vicinanza ai maestri Salentini dell’ottocento, troppo profondo il solco stilistico tracciato da Gioacchino Toma e Giuseppe Casciaro per non esserne intimamente influenzato. Palumbo, infatti, resistette tenacemente alle sollecitazioni avanguardistiche del ‘900, indifferente ai giudizi di staticismo della critica locale inconsapevole, della profonda cultura contadina dell’artista, di quel forte legame al colto – céppo griko – calimerese da cui il Palumbo proveniva, di quella volontà di conservazione della memoria culturale della sua comunità, che egli stesso palesò raccogliendo scritti e studi svolti dallo zio Vito Domenico Palumbo, noto ellenista calimerese. Come ebbe a dire Pietro Marti, fautore di una scuola di pittura salentina “in grado di divenire volano di un’arte pugliese dai valori identitari[1]”, nel 1923 dalle pagine della sua rivista “Fede” in cui scrisse del Palumbo e della sua: «rappresentazione troppo obiettiva del mondo esteriore […] in cui il dovuto ossequio si determina senza commozione[1]».

Superficiale l’approccio di Marti che vide, in lui, il pittore in grado di poter interpretare l’arte secondo una chiave di lettura tipicamente territoriale ma, nonostante la sua lungimiranza, il critico d’arte, non seppe cogliere nelle sue opere i momenti di novità e tutta la sofferenza dell’artista nel lavorare il colore in una rappresentazione del vero che, in alcuni casi, dimostrò quanto il suo sguardo fosse attento anche alle avanguardie d’inizio secolo. Momenti di astrazione sono celati tra i rami di un ciliegio in fiore che è, solo apparentemente, opera figlia della “Scuola napoletana”: in Paesaggio rurale con ciliegio del 1933, (già in collezione Fiorentino, Cavallino di Lecce) si possono osservare, oltre alle tipiche figurine umane d’ispirazione tipicamente “casciariana”, disposte in linea a fare da diagonale teorica in una continua ricerca prospettica, anche flussi di idee nuove nella rappresentazione astratta della chioma in fiore. Un ciliegio che non ha nulla di reale ma che rappresenta, verosimilmente, un luogo del pensiero e non una mera rappresentazione di paesaggio, perché come sosteneva il pittore bolognese Giorgio Morandi: «non c’è nulla di più astratto del reale».

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Da sinistra: V.Ciardo, G.Pagliano, G.Casciaro, M.Palumbo, Rita Franco [2].

Sensibilità, appartenenza territoriale, pregevole tecnicismo e sguardo attento al futuro, ecco i tratti identitari del maestro calimerese che contribuì attivamente, insieme a  Toma, Casciaro e Ciardo, a far germogliare, nelle future generazioni di pittori, il seme dell’arte della Scuola Salentina”.

di Massimo Galiotta

copertina_arte in comune
La fotografia di copertina é di Stefano Cacciatore

Ulteriore riconoscimento alla figura di Michele Palumbo è stato recentemente dato dalla pubblicazione a cura di Carmelo Cipriani, giornalista e critico dell’arte. L’autore ha egregiamente condotto i lavori di catalogazione e storicizzazione della collezione d’opere proprietà della città di Lecce, inserendo un’opera, del pittore calimerese, a soggetto di paesaggio, dal titolo “Scogliera”, datata 1910, a corredo della copertina del prezioso volume “ARTE IN COMUNE, la raccolta d’arte del Comune di Lecce“. La raccolta può vantare 350 opere d’arte di autori salentini e non, di cui 271 dipinti, che hanno arricchito nel tempo il patrimonio artistico del Comune di Lecce. Pubblichiamo la copertina che rende merito al verismo di Michele Palumbo e alla sua, come annota  Carmelo Cipriani a pag. 162, “rassicurante pittura, ancora intrisa di umori ottocenteschi[3]. Oltre all’opera in copertina compaiono, all’interno del catalogo, altri tre dipinti di paesaggio dal titolo “ulivi, 1934“, “ulivi, 1936“, “Scogliera, 1939” e una natura morta, “libri antichi, 1945“.

Il progetto è stato promosso dal Comune di Lecce e dal Centro Studi sulle Arti Pugliesi (De là da mar), e vanta il patrocinio della Regione Puglia, Provincia di Lecce e Accademia di Belle Arti di Lecce.

L’articolo è proprietà dell’autore ed ogni riproduzione è vietata (L/22/4/1941 n°633 e relative modifiche) eccetto nei casi in cui si citi l’autore e/o la fonte.

Screenshot-2018-6-22 Palumbo Michele

Bibliografia e sitigrafia

[1] I. Petrucci Laudisa, in Michele Massari 1902-1954, Congedo Editore, Lecce 1985;

[2] Quotidiano di Lecce, rubrica Cultura e Spettacolo, Domenica 10 dicembre 2017;

[3] C. Cipriani, Arte in Comune, Locorotondo Editore, Mesagne, 2017.

[Ad Vocem]:

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