di Massimo Galiotta
Il giorno 8 marzo 1973, dopo alterne vicende, la vecchia e dismessa Gare d’Orsay «fut inscrite à l’inventaire supplémentaire des Monuments historiques» di Francia. L’iscrizione nel computo dei monumenti di valore storico era figlia dell’idea, originalissima, avanzata dalla Direzione dei musei di Francia, di collocare nella stazione ferroviaria di Orsay «un musée où tous les arts de la seconde moitié du XIXe siècle seraient représentés».
Gli avvenimenti rovinosi che avevano coinvolto gli edifici precedentemente collocati in quel luogo (ossia la caserma della cavalleria e il Palazzo d’Orsay, già sede del Ministero degli Affari Esteri), bruciati da un incendio durante la guerra civile del 1871, stavano per colpire nella seconda metà del Novecento, ma in modo del tutto diverso, anche la Gare d’Orsay.
La stazione ferroviaria, inaugurata il 4 luglio 1900, in occasione dell’Exposition Universelle di quell’anno, era stata costruita nel centro di Parigi in soli due anni (il progetto di Victor Laloux fu scelto, tra gli altri in gara, solo nel 1898), impiegando il doppio del ferro utilizzato per la più imponente e identitaria Tour Eiffel. La Gare d’Orsay restò in funzione dal 1900 al 1939, come capolinea parigino della tratta Sud-Ovest della Francia, per poi essere declassata e infine abbandonata a vantaggio della preesistente Gare d’Austerlitz. Quest’ultima, ancora oggi in funzione e oggetto di continui interventi di ammodernamento, si trova sulla linea dei treni da e per la Reggia di Versailles, la stessa in cui si trova la fermata del Musée d’Orsay.

Ma con gli anni Settanta del Novecento, e con il ritorno d’interesse per l’Ottocento, la stazione venne salvata dalla follia distruttiva, riqualificata a monumento storico sotto il governo di Valéry Giscard d’Estaing (Presidente della Repubblica francese dal 1974 al 1981), dunque trasformata in Museo: inaugurato il 1° dicembre 1986 da Francois Mitterand e aperto al pubblico il nono giorno dello stesso mese.
La hall originale della stazione ferroviaria – che misurava 32 metri di altezza al centro della campata, 40 di larghezza e 138 di lunghezza – fu conservata nel pieno rispetto dei suoi valori architettonici primigeni e ripensata per ospitare opere d’arte realizzate tra la metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento (1848-1914): in pratica dai moti del ’48 che sconvolsero gli Stati e ridisegnarono l’Europa, allo scoppio della prima guerra mondiale.
Il modello del Musée d’Orsay è un esempio virtuoso di come le istituzioni possano ridisegnare il contesto urbano con scelte visionarie, creando in meno di un chilometro un vero e proprio polo museale diffuso. In pieno centro città, sono stati rivalutati e riconvertiti edifici non più adatti ai loro scopi originari, come la stessa ex stazione trasformata in museo. Ne è nata una rete culturale eccezionale che unisce il Museo del Louvre, il Musée d’Orsay e il Musée de l’Orangerie, divisi soltanto dai Jardin des Tuileries – a loro volta museo a cielo aperto – e dalla via d’acqua tracciata dalla Senna.

Il Musée d’Orsay, come accennato in precedenza, conserva principalmente opere della seconda metà del XIX secolo e dei primi due decenni del XX. Del resto, non è possibile racchiudere i movimenti culturali in una linea temporale dettata dal moto di rotazione e rivoluzione del nostro pianeta. Piuttosto, essendo l’arte un fenomeno strettamente legato alla creatività generazionale, essa andrebbe ricondotta all’evoluzione (o, in alcuni casi, al ripiegamento) del pensiero umano in rapporto agli eventi storici e alle innovazioni tecnologiche via via introdotte.
Dunque è la linea concettuale, non quella cronologica, il vero fil rouge che ricuce le sorti di tutte le opere esposte nella stazione-museo parigina. Un percorso ideale che spazia dal paesaggismo di Corot e della scuola di Barbizon fino all’Art Nouveau (alias Liberty o Jugendstil, a seconda di dove abbiano ramificato i suoi motivi floreali). Questo stile, riconoscibilissimo, germina e sboccia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento; e la Gare d’Orsay è proprio figlia di quel periodo storico.
Purtroppo, ed è questo il nodo cruciale da sciogliere, che ne determina la complessa ragnatela espositiva, il museo è stato concepito per recuperare un edificio storico progettato per gestire flussi liberi di persone – caratteristici di una stazione ferroviaria –, mentre quelli di un museo hanno bisogno di essere indirizzati e guidati attraverso stili, periodi, autori e opere. In altri termini è molto facile perdersi all’interno del Musée d’Orsay; è molto probabile non ritrovare Le spigolatrici o L’Angelus di Millet, opere cruciali per la comprensione dei movimenti che animarono la seconda metà del XIX secolo: impressionisti e post-impressionisti in primis, visto che il museo è nato ed è noto soprattutto per loro.
Per fortuna le guide turistiche a pagamento conducono per mano i gruppi di turisti lungo il percorso, con le ovvie problematiche di congestione in prossimità dei cosiddetti capolavori (quelli più popolari sia chiaro). Effettivamente Monet, Renoir, Manet, Degas e Van Gogh sono le vere star, collocate ai piani alti del museo (al 5° e ultimo piano, per essere precisi), e rappresentano il capolinea ideale di tutti quei visitatori mossi dall’onda anomala, ormai normalizzata, del cosiddetto turismo culturale.

La “Piccola ballerina” di Edgar Degas (Petite danseuse de quatorze ans, 1881 ca.), per esempio, è inavvicinabile; eppure è solo una copia postuma in bronzo, mentre l’originale in cera plasmata dall’artista si trova a Washington. Il Cielo stellato e l’Autoritratto di Van Gogh si possono sì guardare, ma solo da lontano a causa della folla che li circonda. Le Déjeuner sur l’herbe di Édouard Manet è preso d’assalto da un muro umano di visitatori, incuriositi dalle infinite interpretazioni della critica. L’attenzione si concentra soprattutto sulla nudità della donna in primo piano — la modella Victorine Meurent — che fissa lo spettatore seduta accanto a due borghesi parigini. Questi ultimi, tuttavia, la ignorano completamente, del tutto assorbiti da una discussione decisamente impegnata.

La medesima riflessione sul valore estetico del nudo e sulla contaminazione dei generi pittorici si ravvisa già nell’Atelier du peintre (1855) di Gustave Courbet. Proprio come il suo predecessore, anche Manet subì il rifiuto della giuria del Salon des Artistes Français del 1863, presentando poi la tela al Salon des Refusés sotto il titolo di Le Bain; con quest’opera di grandi dimensioni, l’artista parigino mirava a condensare i principali generi pittorici affrancati dai dogmi classicisti e religiosi promossi dalle istituzioni accademiche.

In questo dipinto, dove la spazialità prospettica e la profondità sono programmaticamente scardinate in aperta rottura con i precetti accademici, convergono molteplici generi: il paesaggio, la scena di genere, la natura morta, il nudo e il ritratto, esplorato nei profili frontale, laterale e di tre quarti. L’opera si traduce in una sintesi teorica e visiva della tradizione artistica ottocentesca, risolvendosi in uno sforzo compositivo che attesta la matura consapevolezza formale raggiunta da Manet quando era ormai poco più che trentenne.
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