Pietro Cavoti: una prospettiva insolita

di Massimo Galiotta

Almanacco salentino 1968_69

La complessità della figura storica di Pietro Cavoti, oggetto di studi e riflessioni da ormai più di un secolo, rende difficoltoso il compito di una sua corretta “profilazione”. Dai primi del Novecento a oggi sono stati dedicati a lui importanti monumenti, brevi biografie, approfondimenti e studi che ancora non riescono però a fare completamente luce sul suo poliedrico itinerario culturale, di anticipatore, di uomo acuto dal carattere spigoloso come i tratti somatici che lo contraddistinsero. Partendo dalla prima intrigante e ricca di aneddoti biografia scritta dallo scienziato Prof. Cosimo De Giorgi (datata e firmata a Lecce nel gennaio del 1913), e passando alle più recenti scoperte dello studioso di Cavoti, il Prof. Luigi Galante (Centro Studi Salentini, Lecce, 2016), fino alle più ironiche e dissacranti – per certi versi iconoclaste – riflessioni dello storico e giornalista salentino Nicola Vacca (Edizioni Nuova Apulia, 1968), ebbene, tutte hanno provato a dare luce a chi, forse, in tempi più recenti, ne ha ricevuta meno. Cavoti dunque eclissato da altri artisti e intellettuali locali, rispetto ai quali non era certo da meno, anzi, personalmente lo ritengo, probabilmente, il maggiore di molti. Purtroppo una cospicua fetta del suo enorme lavoro è andata perduta per sempre, diverse le ragioni storiche, e molto altro deve ancora essere interpretato; ma molto si sta facendo per ridare a Cavoti il giusto posto occupato nella Storia del nostro Paese. Si rivela a tal proposito necessario riconsiderarne il ruolo in una chiave di lettura nuova, che ci aiuti a ricollocarne la figura in un ruolo diverso, credo di oggettiva supremazia culturale e intellettuale rispetto a quei “molti”; un’idea è contenuta nel libro “La Scuola dei pittori Salentini”, un diagramma concettuale riproposto nel prosieguo di questo saggio.

Tornando ai documenti in nostro possesso, nello specifico mi riferisco alla breve biografia del 1913, il Prof. Cosimo De Giorgi, suo amico carissimo, per esempio parla di un Cavoti uomo di cultura, non solo artista ma anche filosofo e teorico dell’arte, pensatore e assiduo frequentatore di Napoli, Roma e Firenze; uomo schivo e spigoloso, come i lineamenti del viso che lo caratterizzavano. Dal carattere ironico e sfuggente con un forte “appeal” per quanti «lo frequentarono o ascoltarono non solo nelle sue canoniche lezioni». Dalla breve biografia tracciata da De Giorgi emerge una figura interessante, atipica, uomo di cultura ma anche istrionico pensatore dal piglio severo. Non voglio svelare molti degli aneddoti raccontati dal Professore di Lizzanello, ma uno mi pare particolarmente rilevante per questa anticipazione, ovvero quello di come De Giorgi fece conoscenza con Pietro Cavoti, e quale era l’aria che si respirava in quegli anni intorno al Professore e ai luoghi da lui frequentati, è il 1860 e ci troviamo a Galatina, presso gli “Scolopii“:

«Io lo conobbi la prima volta in Galatina nell’agosto del 1860 nel collegio degli Scolopii – oggi Liceo-Convitto Colonna – dov’egli insegnava disegno e lingua francese. In quel giorno l’istituto era in festa perché si dovevano distribuire i premi agli alunni più meritevoli; e queste premiazioni solevano allora farsi con grande solennità. Dalle pareti dell’ampia sale pendevano i quadri disegnati e dipinti dai discepoli del Cavoti. Questi si aggirava solo riflessivo e taciturno fra i convenuti e raccoglieva le fugaci impressioni del pubblico».[1]»

Pietro Cavoti_ i ritratti degli illustri galatinesi copia

Proseguendo nell’analisi dei testi è particolarmente degno di nota il lavoro analitico, complesso, quasi di archeologia libraria dell’Otto-Novecento, condotto a quattro mani da Luigi Galante e Giancarlo Vallone, in cui invece si cerca di mettere ordine, riportando dunque alla luce e pertanto alla conoscenza di tutti, quanto di buono e culturalmente rilevante riuscì a produrre Pietro Cavoti (Galatina, 1819 – 1890) durante la sua settantenne esistenza. Un corredo iconografico in parte ancora sconosciuto è il corpus del volume edito per “Il Centro di Studi Salentini” nella collana “Monografie e Contributi“. Lo studioso Luigi Galante analizza con meticolosa dedizione l’enorme patrimonio contenuto nel “Fondo Cavoti”, custodito presso l’omonimo Museo di Galatina; è da questi luoghi che emergono dati concreti che ci permettono di approfondire l’influenza esercitata da quest’uomo sulla cultura e le idee del suo tempo, come per esempio potrebbe essere quella subita, a mio parere, da Gioacchino Toma, già in giovane età, proprio dal suo Maestro Pietro Cavoti. Elementi di studio, per un’analisi comparata, sono da ricercare nel segno calligrafico di Toma (ovvero il caratteristico monogramma) oppure in un’analisi ancor più radicale, addirittura nel pensiero artistico che lo portò ad isolarsi dagli altri pittori napoletani. Scopro importanti indizi, a supporto della mia idea, nelle lettere intercorse tra i due amici dal 1862 al 1876, e numerosi ancora ne avremmo potuti avere se Cavoti non si fosse ostinato a rispondere alle epistole del primo con seducenti cartoline (informazione presente nella “V. lettera di Toma a Cavoti” datata “Napoli 20 dicembre 1876“) che stimolassero in Toma il desiderio di fare ritorno alla natìa Galatina:

«Finisco col pregarti di far cessare il martirio delle cartoline[2]»(p. 184).

Cartoline molto probabilmente distrutte da Toma e dunque reperti introvabili, il pittore era solito eliminare quel che in lui provocasse nostalgia e dolore, lo scrive nella lettera III dell’11 settembre 1874:

«… menai in fretta sulla tela quello che i miei piccoli occhi videro la prima volta, la mia tanto amata casa e la bella Chiesa di Santa Caterina, ma non distò due giorni che l’animo mio era in triste subbuglio, e i ricordi diventarono inferno, e in un attimo di pazzia distrussi quello che era l’unico ricordo della mia Galatina[2]»(p. 182).

Inoltre non si può certamente parlare di rapporto tra coetanei, è una forzatura, tra i due intercorrono ben sedici anni di età, ma possiamo indubbiamente parlare di contemporaneità; è proprio in virtù di questa asimmetria anagrafica, i due avevano una differenza di età tale da giustificare proprio quella relazione, che da sempre ho immaginato tra loro, tra mentore/insegnante e discente (sia d’esempio: quando Toma aveva 11 anni Cavoti ne contava 27); è questo un rapporto non ancora indagato, divenuto in seguito amicizia. E’ chiaro, in questo ordine di valori si aprirebbero a noi importanti prospettive di studio, panorami nuovi e interessanti emergono da questa ipotesi e potrebbero trovare in futuro punti di studio in comune.

La Scuola Salentina: il rapporto tra Gioacchino Toma e Pietro Cavoti

Ho evidenziato nel libro pubblicato lo scorso novembre 2019 (per Amazon’s Kindle Direct Publishing – KDP), anche se solo in una sintesi grafica espressa sotto forma di Diagramma di Flusso delle relazioni (DFD – Data Flow Diagram), la mia ferma convinzione che dietro molti elementi distintivi dell’opera artistica del più noto Gioacchino Toma, ci fosse una mente, un teorico, che avesse mosso con le sue idee e i suoi insegnamenti, anche se solo in parte, l’opera del pittore galatinese. Ho in quell’occasione inserito il nome di Pietro (galatin bizzarro) Cavoti al di sopra di tutti, precedente, per età anagrafica e pensiero, a quei pittori che secondo me dal 1853/54 alla fine del XX Secolo, animarono la scena della piazza artistica della provincia leccese. Parlo di provincia leccese e non solo della città di Lecce per il semplice fatto storico che buona parte di quei primi attori provenissero proprio dalla provincia, gravitando in molti intorno alla città di Galatina; ma per quale ragione? Sono fermamente convinto che nella città si fosse costituita una realtà culturalmente dinamica, effervescente, per idee e insegnamenti, una posizione epicentrica capace di calamitare a sé le nascenti figure intellettuali di Terra d’Otranto; è mio parere che ciò avvenisse proprio intorno al Prof. Cav. Pietro Cavoti. Ho ragione di credere infatti che non fosse un caso se in molti ruotassero intorno alla cittadina, per evidenti ragioni di studio. Collocare dunque Pietro Cavoti in una posizione di supremazia intellettuale, nel grafico esemplificativo, era doveroso per una tesi che prefigurava l’esistenza di un teorico dell’arte, anche in virtù di quanto della sua opera conserviamo e ancora ricordiamo.

Le figg. 3 e 4 sono estratte dal libro La Scuola dei pittori Salentini[3]

Nuovi ambiti di studio da considerare

E’ difficile non immaginare uno scenario come quello sin qui proposto, ossia di un Toma “allievo” di Cavoti, o comunque con quest’ultimo deputato al ruolo di mentore del primo, e soprattutto alla luce di certi spunti riemersi grazie alla scoperta, alcuni anni addietro per opera di Luigi Galante, delle lettere intercorse tra i due autori. In particolare non si sottrae alla nostra attenzione il breve passo della Lettera da Toma a Cavoti, scritta a “Napoli da casa 12 Gennaio 1862”[2]:

«[…] Quanto dura mi è quindi la lontananza mio caro Pietro che mi divide in te, io avea già ritrovato il mio Duce[5], il mio amico, il mio tutto […] ».

Inequivocabile il senso delle parole di Toma, univoche le direttrici d’indagine che a mio avviso potrebbero partire dall’analisi del monogramma di Gioacchino Toma e Paolo Emilio Stasi, già da me trattati nel libro sui pittori salentini [3], confrontati con i caratteri di quello più articolato e complesso (nelle sue diverse rappresentazioni alle pagine 157 e 185 del libro di Galante e Vallone [2]) di Pietro Cavoti; è come se i due pittori salentini avessero appreso il segno della loro autenticità proprio dal professore di disegno e calligrafia galatinese. Stasi è provato abbia studiato a Galatina, ed è altrettanto vero fosse amico di Toma. Per ora non ci è dato sapere da chi Stasi apprese il tipico intreccio delle sue iniziali (PES), da Toma o da Cavoti? E se la risposta riconducesse al primo, da chi apprese Toma il suo caratteristico intreccio (GT) tanto simile per impostazione a quello di Cavoti? E’ risaputo che Toma avesse una brutta grafia, lo si desume dalle sue lettere a Cavoti (soprattutto dalla V. lettera di Toma a Cavoti del 20 dicembre 1876), eppure ottiene sui suoi dipinti segni calligrafici eseguiti in punta di pennello che vanno ben oltre la semplice coincidenza, dietro ci sono studio assiduo e lunga pratica presso un abile maestro, pratica svolta secondo le mie considerazioni attorno al 1853 e il 1855.

Luigi Galante, in un nostro incontro del 29 febbraio scorso, mi informa che una richiesta simile fu avanzata da Cosimo De Giorgi allo stesso Cavoti, per aiutarlo ad ottenere un proprio monogramma, una firma, un segno distintivo, proprio come quei diversi esemplari che si ritrovano nel volume di Galante e Vallone.

Statuetta Pietro Cavoti_Poto

Ulteriore ambito di approfondimento è, a mio parere, l’aspetto più importante di Pietro Cavoti, quello filosofico di teorico dell’arte, ce lo racconta De Giorgi: «Ma l’ideale del Cavoti lo ripeto non fu la pittura, bensì l’estetica dell’arte considerata nelle sue molteplici manifestazioni e nella sua evoluzione attraverso i secoli e popoli diversi; un’estetica destinata a stabilire i veri princìpi dell’arte ed a rendersi così accessibile a tutti. Di questa scienza egli si può dire fu autodidatta. Pose come prima orditura del suo lavoro in Galatina nella sua gioventù; e diè forma più concreta ai suoi concetti in Toscana, nell’età matura […][1]». E ancora: «Ed io, sotto la guida di così bravo maestro, ne raccoglievo gli insegnamenti e mi formavo così l’occhio e la mente a quella educazione artistica della quale poi mi sono tanto giovato […]». A tal proposito non è da sottovalutare il riconoscimento che egli ottenne a Firenze dagli accademici fiorentini: «E’ all’inizio degli anni Sessanta che l’artista, pittore e scultore, galatinese Pietro Cavoti si trasferisce a Firenze: egli poté affermarvisi come scultore e medaglista, ottenendo addirittura una cattedra di supplenza presso l’Accademia di Belle Arti dopo essere stato insignito, nel settembre del 1863, del “Diploma di Accademico Onorario” […].[6]».

Voglio ricordare ora una frase che ritengo arrogante, soprattutto perché indirizzata a Vincenzo Ciardo, che proprio in quegli anni (1953), in un suo intervento su Brvtivm, riconduceva l’arte di Toma proprio al Salento: «Chi si proponesse di rintracciare le origini dell’arte di Toma nella sua terra natale andrebbe incontro, com’è accaduto a noi, a una viva delusione.[4]»; ma dipende da dove si conducano le ricerche, aggiungerei io doverosamente. Esordisce così, in apertura di catalogo, in occasione della mostra retrospettiva del 1954, l’autore Luigi Salerno, additando all’artista una evidentissima napoletanità che a mio parere, e lo ribadisco, nasconde invece le profonde radici della salentinità di Gioacchino Toma.

Concludo con un aneddoto che mi confidò lo scorso mese di febbraio (era il venerdì 28 pomeriggio, nello storico chalet del “Bar delle Rose”) l’amico e direttore della rivista “il filo di Aracne“, importante uomo di cultura e memoria storica della città,  a tal proposito mi riferì il Prof. Cesario “Rino” Duma che a Galatina esisteva un detto, un epiteto indirizzato ai ragazzi dalla innata verbosità, ebbene questi erano apostrofati da parenti e amici con la frase «sinti nu Cavoti! – [sei un Cavoti]», proprio per descriverne le spiccata loquacità, ma anche per definire il ragazzino vivace, furbo e intraprendente. Con questo detto popolare voglio concludere il mio intervento in favore di Pietro Cavoti, perché sovente è proprio nella voce del popolo la “memoria” e la verità storica da tutti dimenticate.

Breve atlante dei salentini illustri citati:

Pietro Cavoti (Galatina, 28 dicembre 1819 – 2 febbraio 1890);

Gioacchino Toma (Galatina, 24 gennaio 1836 – Napoli, 12 gennaio 1891);

Paolo Emilio Stasi (Spongano, 16 gennaio 1840 – 04 marzo 1922);

Cosimo De Giorgi (Lizzanello, 9 febbraio 1842 – Lecce, 22 dicembre 1922).

Immagini presenti nel testo

Copertina del volume “Almanacco salentino 1968/69”;

Copertina del libro “Pietro Cavoti – i ritratti degli illustri salentini, 2016”;

Statuina caricaturale di Pietro Cavoti di Gaetano Poto, in “Almanacco Salentino 1968/69”;

DFD dei rapporti e delle relazioni, in “La Scuola dei pittori Salentini“, XI/2019, pagg. 34-35.

Bibliografia di riferimento

[1] Cosimo De Giorgi, Pietro Cavoti – bozzetto biografico (gennaio 1913), in Almanacco Salentino 1968-69, pp. 133-150, Editrice Nuova Apulia, arti grafiche Toreldo & Panico di Cutrofiano, 15 agosto 1968;

[2] Luigi Galante – Giancarlo Vallone, Pietro Cavoti – i ritratti degli illustri salentini, Centro Studi Salentini, Lecce, 2016;

[3] Massimo Galiotta, La Scuola dei pittori Salentini – da Gioacchino Toma agli autori del Novecento, Amazon KDP, 2019, (pp. 65-66);

[4] Luigi Salerno – Emilio Lavagnino, Gioacchino Toma, Catalogo della Mostra, Roma, Palazzo delle Esposizioni, novembre – dicembre 1954;

[5]Duce, dal latino Dux: condottiero, guida”, Dizionario DEVOTO-OLI;

[6] Ferruccio Canali – Virgilio Galati, Un amico di Giovan Battista Cavalcaselle a Galatina in Terra d’Otranto: Pietro Cavoti (1819-1890) restauratore […], Bollettino della Società di Studi Fiorentini, Edit. Alinea, N.3/1998.

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