La Scuola dei pittori Salentini

(La Scuola Salentina)
L’arte nasce sempre dall’arte e l’artista vero non muore mai, ma rivive nelle sue opere e in coloro che le ameranno!
Prof. Cav. Gioacchino Toma
Prof. Cav. Gioacchino Toma, incisione 1891, Collezione privata

Esiste, nel Salento leccese, una scuola di pittura che nessuno ha mai considerato ma che perdura incondizionatamente dalla seconda metà del XIX secolo e che ha trovato i suoi natali in seno alla più nota e acclamata Scuola Napoletana dell’omonima Accademia di Belle Arti. Questa scuola, nata con Gioacchino Toma, è a pieno titolo equiparabile alle più note Scuole di Posillipo e di Resina, vicina cronologicamente a esse, e ai loro più alti riferimenti stilistici, ma lontana per ideologia e territorio d’origine.

Vicina a quella di Posillipo (1855-1860), assimilabile alla figura di Giacinto Gigante, che trovò ragion d’essere nel paesaggismo figlio delle influenze del russo Silvestro F. Scedrin, “scopritore del paesaggio sorrentino e inventore di certi tagli divenuti poi tipici della Scuola di Posillipo[1]“, e dell’olandese Anton Sminck van Pitloo, che si recò a Napoli per insegnare pittura presso l’Accademia di Belle Arti. Energie artistiche e visioni estetiche, quelle di Scedrin e Pitloo, canalizzate e utilizzate con raziocinio dal caposcuola Giacinto Gigante.

Giacinto Gigante appartenne ai quei pittori come Carelli, Vianelli, Duclère, La Volpe, Smargiassi, i quali costituiscono un gruppo di tipo assolutamente napoletano, che Pasquale Vianelli denominò la «scuola di Posillipo». Questa così detta scuola di Posillipo ebbe i primi avviamenti dall’olandese Pitloo, venuto a Napoli a insegnare pittura di paesaggio nell’Istituto di Belle Arti[2]”.

Giuseppe Casciaro in atelier copia
Giuseppe Casciaro da Ortelle[3]

Conseguenza della “Scuola di Posillipo” fu la cosiddetta “Scuola di Resina”, più vicina all’ideologia artistica fatta propria dal Toma, localizzata nel palazzo Borbonico di Ercolano, dove il fondatore Marco De Gregorio aveva il suo studio e dove fu ben presto raggiunto da Federico Rossano, dal pugliese Giuseppe De Nittis e dal toscano Adriano Cecioni. La Scuola di Resina, come scrisse Maltese e fedelmente riportato dal L. Galante[4], portò una «nota nuova […] il suo verismo integrale punta soprattutto sugli effetti domestici e sulla vita degli umili, ma evita rigorosamente motivi patriottici e storici».

Le tracce storiche e bibliografiche sono numerose e univoche nello stabilire la cronologia e i componenti facenti parte del gruppo riconosciuto come Scuola di Resina.

Nel 1863, su iniziativa di una generazione di brillanti artisti, ad Ercolano, allora chiamata Resina, nasceva l’omonima Scuola, conosciuta anche come – Repubblica di Portici – indirizzata sul tema del verismo e produttrice di opere di straordinaria bellezza[5]”.

Fu l’occasione per entrare in quel gruppo di sperimentatori che, vicini negli ideali e nel modo di procedere ai macchiaioli toscani, ma nello stesso tempo eredi dei grandi paesaggisti della gloriosa scuola di Posillipo – Pitloo e Gigante – si erano riuniti nella cosiddetta scuola di Resina, o di Portici, dal nome delle località che erano soliti frequentare[6]

Ma, a differenza di queste due scuole quella “Salentina” (dei salentini o leccesi che dir si voglia) non è identificabile in un gruppo di artisti contemporanei ritrovatisi sotto un’idea comune d’interpretazione del soggetto ovvero del gesto tecnico. Non uno stilema riconducibile a un gruppo di artisti in un dato periodo ma, differentemente da quelle di Posillipo e di Resina, una schiera di artisti che dal 1860 a oggi perpetuano l’arte che trovò in Gioacchino Toma il pioniere, il proprio Maestro da emulare. Un gruppo di pittori che, con la medesima area geografica di provenienza, si è affermato nel tempo in una magnifica staffetta artistica in cui ogni interprete trovò e trova ancora oggi, sotto lo stesso denominatore comune del territorio di origine, il proprio spazio di logica interpretativa lasciata in eredità dal proprio predecessore. Una “linea della rosa” di grandi autori che non vollero mai accodarsi a nessun gruppo o pensiero accademico in voga.

“Nel quadro della pittura italiana dell’Ottocento i critici e storici dell’arte hanno dato a Toma un rilievo particolare, considerandolo l’isolato elaboratore di una espressione artistica originale, estraneo alle scuole, correnti e tendenze che hanno caratterizzato l’arte del secolo scorso in Italia[1]“.

V. Ciardo
Vincenzo Ciardo da Gagliano del Capo[8]

Con questi presupposti nasce l’idea di mostra retrospettiva “da Gioacchino Toma a Mino Delle Site” ovvero un ambizioso progetto d’identità artistica nostrana alla ricerca di una location per affermare la propria esistenza e autenticità. Peculiarità di alcuni pittori provenienti tutti dal Salento che diedero vita, nel tempo, ad una visione propria dell’arte. Un divisionismo geografico o a volte un “non accademismo” che partì dal Toma e dal suo rifiuto per il colorismo partenopeo di origine Fortunyana, passando per Giuseppe Casciaro e le sue “impressions” colorate a pastello, Michele Palumbo  con la sua forte vena artistica di matrice “ellenofona” mai stanco di raccontare il vero e Vincenzo Ciardo, con il suo “postimpressionismo salentino” – consumato tra olivi e paesaggi di un, allora ignoto, Capo di Santa Maria di Leuca dall’aria vangoghiana; fino alla perseveranza futurista di Mino Delle Site che traghettò il movimento marinettiano dalle sue origini, negli anni ’30 del novecento, fino al giorno della sua scomparsa nel 1996, noncurante della miriade di stili che sotto la definizione simbolica di “concettuale” professavano di essere, di volta in volta, la modernità del segno artistico.

Un’indipendenza stilistica, quella dei Salentini, nel “cronotopo” della pittura italiana; la capacità di rappresentare il proprio pensiero autonomamente, un’indipendenza passata per Gioacchino Toma, Giuseppe Casciaro, Michele Palumbo, Vincenzo Ciardo, fino a giungere al Delle Site dei nostri giorni, e per tutti quei “Maestri Salentini” che per tre secoli (XIX, XX e XXI) hanno professato e continuano a farlo ancora oggi, grazie ai contemporanei ancora viventi e attivi, l’arte nella più alta accezione del termine.

ROMA MOSTRA DELLA RICOSTRUZIONE_1950
Domenico “Mino” Delle Site da Lecce[9]

Tracce inequivocabili del tacito riconoscimento accademico di una vera  e propria scuola dei “Salentini” è nelle innumerevoli iniziative artistiche – mostre e aste – che contemplano sempre e con successo i rappresentanti storici del gruppo di pittori che ne fecero parte. E’ raro che un’opera del Toma, del Casciaro, del Palumbo, del Ciardo o di Delle Site restino tra gli invenduti, a patto che si tratti di opere autentiche, delle numerose aste che ogni anno si tengono in giro per il mondo e lungo lo stivale. Ma all’interesse degli operatori del mercato dell’arte si contrappone una reale difficoltà nel reperire opere di detti maestri che sono, evidentemente, gelosamente custodite in collezioni pubbliche e private, ma che, di tanto in tanto, riemergono facendo bella mostra in iniziative culturali di carattere globale, come la recentissima campagna del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo che insieme al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, inaugurano il 2018 definendolo così:

“Anno del Cibo Italiano con una campagna social tutta incentrata su alimenti e piatti d’autore, quelli realizzati con tempera e chiaro scuro, in marmo o su ceramica, belli da concepirne profumo e gusto“ […] Le regole della campagna social non cambiano: continua l’invito a visitare gli oltre 420 musei, parchi archeologici e luoghi della cultura italiani, a cercare, fotografare e condividere il tema del mese con l’hashtag #annodelciboitaliano […] L’account Instagram @museitaliani posta e condivide circa 50 locandine digitali, tra le quali figurano la stele di Karo al Museo Egizio di Torino, la Cena con sponsali di Gherardo delle Notti, la Natura morta con peperoni e uva di Giorgio De Chirico, così come le sculture di Darren Bader al Museo Madre di Napoli e i manifesti pubblicitari conservati al Museo Salce di Treviso. Non potevano poi mancare l’Ultima Cena di Leonardo, gli affreschi di Pompei, le nature morte della Villa Medicea di Poggio a Caiano e i dipinti della Scuola Napoletana[10]“.

 

Rilevante ai fini di questa causa certamente non effimera, ma importante per il sentimento di appartenenza ad un determinato territorio e alla sua cultura, la presenza, tra le 50 locandine, anche di Giuseppe Casciaro e di una sua opera, un pastello dal titolo Natura morta con zucche, firmato e datato 6-41 (giugno 1941), lo stesso anno della sua scomparsa, facente parte della “collezione d’arte allestita da Michele Praitano … in oltre cinquant’anni di ricerca in Italia e all’estero, donata allo Stato nel 2014“, ora esposta in una permanente presso il museo allestito a Palazzo Pistilli di Campobasso.

Autori di fama internazionale, i “Salentini”, esposti nelle più importanti Gallerie museali e collezioni d’arte , pubbliche e private:

  • Museo di Capodimonte a Napoli;
  • Galleria d’Arte moderna a Roma;
  • Galleria degli Uffizi a Firenze;
  • Galleria d’Arte moderna Ricci-Oddi a Piacenza;
  • Collezione patrimonio Intesa-San Paolo Banco di Napoli;
  • Museo dell’Aeronautica G. Caproni a Trento;
  • Galleria nazionale della Puglia “G. e R. Devanna” Bitonto

Solo alcuni nomi di famosi musei per comprendere appieno l’impatto culturale che questa “Scuola” ebbe nei secoli XIX e XX in Italia. Ma una scuola per essere tale necessita di maestri e di allievi, di una storia comune e di una produzione di opere che ne caratterizzino il fenomeno. Per concludere,“conditio sine qua non”, di una scia di seguaci che seguano nel tempo la propria stella, non una meteora, ma un riferimento certo nel panorama artistico globale. La “Scuola dei Salentini”, non gregari ma personaggi di spicco della cultura del meridione d’Italia, figure di punta del panorama artistico nazionale:

GToma_Giardino_1
G. Toma, Villa a Torre del Greco, 1883 c. Collezione privata[11]

Gioacchino Toma e la sua indipendenza dalle varie correnti accademiche dell’Ottocento napoletano, artefice di un’autonomia spesso travisata dai critici dell’arte suoi contemporanei, e non, che lo definirono, offuscandone l’immagine, nei modi più fantasiosi, restando fermi nella critica ottusa di provincia invidiosa della personalissima poetica di un pittore che più volte sottolineò il suo altruismo nei confronti dell’arte e dell’essere umano, “la figura di un artista sensibile più al destino autentico dell’arte che al raggiungimento di una notorietà costruita su un successo personale (cit. Napoli Nobilissima, XXXVI, 1997)[12]. Un “Uomo” che trascorse più tempo nelle scuole serali ad insegnare, ai meno fortunati, agli operai, il valore del disegno applicato alle arti e ai mestieri, piuttosto che primeggiare tra i pittori del suo secolo. Oltre a insegnare nelle varie scuole di arti e mestieri, da egli stesso fondate,  fu Professore di disegno presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, sviluppò un suo metodo d’insegnamento, noto come metodo Toma, fece parte della giuria della Promotrice del 1890 e venne nominato Cavaliere della Corona d’Italia. I suoi contatti diretti con i Savoia sono documentati dal dono che il Toma fece alla Regina Margherita di 40 tavole di disegni rilegati, contenuti nell’opera “Merletti Napoletani”, custoditi dalla Biblioteca Reale di Torino nella versione originale della sua pubblicazione  dedicata dall’autore alla Regina nel 1884[13];

GCasciaro_Racconigi
G. Casciaro, Lago con cigni[14],
pastello, 25×34, Racconigi 9 Ott. 1906

Giuseppe Casciaro e la sua personale ricerca d’identità artistica nel mezzo coloristico più adatto, trovato poi nel pastello, e in quello sguardo sempre rivolto al suo Maestro all’Accademia di Belle Arti, Gioacchino Toma, celebrato nei suoi pastelli e sulle pareti della sua villa al Vomero sede di una delle più importanti collezioni dell’opera del pittore galatinese. Il forte legame tra i due è testimoniato da fonti certe: “… anche Toma gli fece i suoi elogi: anzi ne rilevò la perspicacia e la finezza di esecuzione. «Mi dice – annotò Casciaro nel suo taccuino – che ho buona lente. Mi incoraggia![15]»”. Nella sua lunga carriera toccò l’apice della notorietà e fu docente onorario all’Accedemia di Belle arti di Napoli, Urbino e Bologna. Frequentò assiduamente la Casa Reale dei Savoia insegnando, in un periodo teoricamente compreso tra il 1896 e il 1906, alla Regina Elena di Savoia, la tecnica del pastello, lasciandone traccia in alcuni quadri firmati e datati a Racconigi, sede del noto Castello Reale: «In questa pacata e sorridente conversazione […] lo immaginavamo al tempo in cui, nel real castello di Racconigi, s’intratteneva con la bella sovrana, alla quale impartiva lezioni di pastello sui verdi prati, presso il lago ove i cigni, musicalmente maestosi, filavano sullo specchio d’acqua[15]»;

Michele Palumbo, Paesaggio campestre, 1933
M. Palumbo, Paesaggio rurale, 1933 Collezione privata

Michele Palumbo anch’egli fu allievo a Maglie, come l’amico e maestro Giuseppe Casciaro, del prof. Paolo Emilio Stasi. Ripetuti i suoi soggiorni napoletani e le lunghe sedute artistiche con Casciaro che, alla maniera di “Monet et Renoir”, erano soliti tenere dipingendo fianco a fianco, ma con sguardi diversi, lo stesso soggetto (ad vocem). Il verismo di Palumbo, cosi vicino a Casciaro e Toma da farlo resistere alle sollecitazioni avanguardistiche del ‘900, incurante dei giudizi di staticismo della critica locale inconsapevole, della profonda cultura contadina dell’artista, di quel – céppo griko – da cui il Palumbo proveniva, di quella volontà di conservazione delle tradizioni. Quell’amore per la cultura della sua terra che egli stesso palesò raccogliendo, quindi tracciando, scritti e studi svolti dallo zio Vito Domenico Palumbo, noto ellenista calimerese;

Ciardo V_Plenilunio
V. Ciardo, Plenilunio, Collezione privata

Vincenzo Ciardo, che disegnò la campagna salentina con le sue pennellate larghe e materiche, intrise di quella macchia di colore che già il Toma approfondì negli anni della maturità stilistica, quelli dell’ultimo decennio di vita, e che il Ciardo portò a compimento rivolgendo la sua attenzione oltralpe, sperimentando tra gli ulivi, dell’amato Capo di Santa Maria di Leuca, ciò  che altrove fu espresso tra girasoli e campi di grano. Studiò al Belle Arti di Urbino, dove sicuramente conobbe Giuseppe Casciaro, dal 1920 si stabilì a Napoli frequentando gli ambienti culturali della città, pur rimanendo da li in poi molto vicino a quelli leccesi più di chiunque altro, e divenne in quello stesso anno “ordinario di disegno nella scuola Tecnica di Pozzuoli[8]”. Ebbe un lungo tirocinio sulla tradizione pittorica napoletana, come evidenzia A. Cassiano nella sua monografia datata 1979, dedicata all’artista di Gagliano, tra cui spiccano i nomi di Gioacchino Toma e Giuseppe Casciaro. Proprio a quest’ultimo Ciardo fu particolarmente vicino fino agli anni 1927 e 1928, periodo in cui si sciolse il “gruppo flegreo[8] fondato l’anno precedente dagli stessi due artisti. “Dal 1940 al 1965, dopo avere insegnato per alcuni anni figura disegnata al Liceo artistico di Napoli, fu direttore della Scuola libera di paesaggio all’Accademia di Belle Arti di Napoli[16];

Geremia Re_autoritratto
Geremia Re, autoritratto 1912, Collezione privata

Geremia Re, che come il Toma riuscì ad esprimere la propria arte muovendosi disinvolto nelle sue distinte stagioni stilistiche, forse non riuscì ad emergere oltre il confine del suo territorio, come ben fece il coetaneo Ciardo, ma le sue opere restano tra le più ricercate e introvabili sul mercato del collezionismo meridionale, tra i tanti ebbe come allievi illustri M. Delle Site e A. Buscicchio. Icona della “salentinità”, che non conobbe staticismo ma continua sperimentazione, si mosse disinvolto tra gli stili che più lo affascinarono padroneggiando lo strumento pittorico come pochi altri seppero fare. Insegnò disegno di figura sin dai primi anni ’20, prima a Lecce e successivamente a Parma, dove si trasferì per alcuni anni, per poi tornare definitivamente a Lecce dove fu tra i fondatori dell’Istituto d’Arte[17];

Forma, senso, atterraggio
Domenico “Mino” Delle Site, Forma senso atterraggio 1976, Coll. privata

Domenico “Mino” Delle Site, che non scordò mai i colori della sua terra e perseverando nella sua idea d’arte, così come fecero Toma e Casciaro, visse la sua esperienza poetica in un “itinerario futurista[18]” che lo condusse in alto, nell’olimpo, come i soggetti della sua aeropittura, toccando i livelli più elevati dello spazio lirico. Delle Site fu “trasfigurato” dall’Arte, come uomo e come interprete, e rappresentò fino al 1996, anno della sua scomparsa, l’anello di congiunzione evolutiva tra il vecchio e il nuovo, tra il futurismo della prima metà del ‘900 ed il concettuale di fine millennio “in una dimensione globale del fare artistico, proprio secondo la lezione più autentica del futurismo[18]“;

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Amerigo Buscicchio, paesaggio con figura, Coll. Privata Cavallino di Lecce

Amerigo Buscicchio, il miglior interprete leccese del “casciarismo” imperante fra i salentini del XX secolo, di tutti quei pittori che ripercorsero, nel trentennio che andò avanti dagli anni 70 a tutti gli anni 90 del Novecento, l’opera del pittore di Ortelle e del suo mentore di Galatina. Se Giuseppe Casciaro avesse mai avuto un figlio d’arte prediletto egli sarebbe stato Amerigo Buscicchio. Ma l’arte del maestro leccese non fu solo espressione del pastello o dell’olio su  tela, egli ebbe una forte identità propria che lo portò ad affrescare nel 1956 presso la Chiesa del Crocifisso di Monteroni “Il Martirio dei Santi Cosma e Damiano“, e alcuni anni più tardi, nel 1965, avendo ricevuto l’incarico di completare le decorazioni della Chiesa Parrocchiale di Galugnano, realizzando con la tecnica dell’affresco con colori a tempera, e con un certo suo “manierismo“, il “Padre eterno e il Figlio”.

Atlante degli artisti leccesi caposcuola del gruppo dei “salentini” nati nel secolo XIX e XX

  • Gioacchino Toma (Galatina, Lecce, 24.01.1836 – Napoli, 12.01.1891)
  • Giuseppe Casciaro (Ortelle, Lecce, 09.03.1863 – Napoli, 25.10.1941)
  • Michele Palumbo (Calimera, Lecce, 04.06.1874 – Lecce, 12.01.1949)
  • Geremia Re (Leverano, Lecce, 21.06.1894 – Lecce, 13.01.1950)
  • Vincenzo Ciardo (Gagliano del Capo, Lecce, 25.10.1894 – 26.09.1970)

Alcuni tra i maggiori rappresentanti dei secoli XX e XXI

  • Domenico “Mino” Delle Site (Lecce, 01.05.1914 – Roma, agosto, 1996)
  • Amerigo Buscicchio (Lecce, 02.02.1921 –  Lecce, 01.03.2001)
  • Luigi “Gino” Ammassari (Lecce, 1930 – 1996)
  • Antonio Scupola (Taurisano, 1943)
  • Giuseppe “Pino” Donno (Lecce, 1951)
  • Biagio Magliani (Leverano, 1964)

 

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L’ampiezza del fenomeno artistico della “Scuola dei Salentini” è sufficientemente documentato dalla pubblicazione on-line, da parte del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Lecce[19], di un indice analitico degli artisti che ripercorre dal XIX Sec. a oggi la lunga schiera di interpreti che la provincia di Lecce ha visto nascere sotto la propria stella ispiratrice. L’Artlante, così chiamato, non fa alcun riferimento ad una “scuola” legata al territorio, ma è una mera anagrafica per alcuni versi da riconsiderare in quanto mette in luce alcuni artisti minori, trascurando completamente altri decisamente più fecondi e intellettualmente attivi sul panorama artistico del territorio.

Questo articolo, per concludere, è la breve “summa” della storia dell’arte dei Salentini, un condensato di uomini, vite e opere lungo l’arco di tre secoli, dal XIX secolo a oggi, che non devono più essere considerati quali singoli interpreti facenti parte della scuola napoletana, bensì quali personaggi di spicco della cultura del meridione d’Italia, figure di punta del panorama culturale nazionale e non solo locale. Perché è necessario, e culturalmente doveroso, fugare ogni dubbio in merito ad una possibile “questione meridionale” anche nell’arte!

di Massimo Galiotta

ultimato il 28 marzo 2018 – 15h.18

gioacchino toma 70x100cm
Paola Montanaro, Gioacchino Toma, Collage-Art, 100×70, 2018

L’opera in copertina (Giacchino Toma, Collage Art – carta e colla su tela, 100×70, 2018) è stata realizzata dall’artista leccese PaolaMontanaroArt, in un lavoro di ricerca e studio delle nuove tecniche artistiche applicate alla rappresentazione del “Vero”, un personale tributo ai Maestri Salentini, un omaggio al caposcuola indiscusso Gioacchino Toma.

 

 

 

 

L’articolo è proprietà dell’autore ed ogni riproduzione è vietata (L/22/4/1941 n°633 e relative modifiche) eccetto nei casi previsti dalla legge.

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Bibliografia e Sitigrafia

[1] P. Ricci, G. Toma pittore piccolo-borghese, “Nferta napoletana”, Napoli, 1975;

[2] E. Guardascione, Gioacchino Toma: il colore in pittura, Laterza, Bari, 1924;

[3] Galleria Giordani, mostra retrospettiva Giuseppe Casciaro, Bologna, 1994;

[4] L. Galante, Gioacchino Toma, Messapica Editrice, Lecce, 1975;

[5] G. Cervero, La scuola di Resina – La Repubblica della Luce, Positano News, 4-11-2013;

[6] F. Mazzocca, in De Nittis, Artedossier n°296, Giunti, Febbraio 2013;

[7] G. Stano, Ritratto di Michele Palumbo, 1903, Pastello, collezione privata Calimera;

[8] A. Cassiano, Vincenzo Ciardo, L. Capone Editore, 1979;

[9] Archivio Mino Delle Site ‘www.facebook.com/ArchivioMinoDelleSite/’;

[10]http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/’;

[11] A. Cassiano, G. Toma, catalogo della mostra, Congedo Editore, Galatina 1996;

[12] A. Bojano, Gioacchino Toma, Guida editori, Napoli, 2017;

[13] B. R. Bellomo, G. Toma: Merletti Napoletani, Edizioni Nuova Si, Bologna, 2009;

[14]http://www.vincentgalleria.it/calendario.aspx’

[15] A. Schettini, Giuseppe Casciaro, Morano Editore, Napoli, 1952;

[16]http://www.mediterranea-arte.com/artisti%20900%20pages/Ciardo%20V.html’;

[17]http://www.geremiare.it/biografia.php’;

[18] A. L. Giannone, Mino Delle Site: una “lunga fedeltà” al Futurismo, e-book, 2014;

[19] Screenshot-2018-3-28 Dip Beni Culturali Artlante di Terra d’Otranto – Università del Salento;

Screenshot-2018-3-28 Dip Beni Culturali Artlante di Terra d'Otranto - Università del Salento
Screenshot-2018-3-28 Dip Beni Culturali Artlante di Terra d’Otranto – Università del Salento[19]

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